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Origine del nome "filuzzi"

Sul ballo liscio bolognese sono stati scritti pochissimi libri. Uno è stato scritto da Roberto Artale ("suonatore" di chitarra in vari gruppi musicali negli anni '70 e '80: "Storia della filuzzi bolognese dal 1903 al 1970, Imola, 1986), ed un secondo libro è stato scritto nel 2010 da Tiziano Fusella (giovane giornalista in contatto con ballerini "alla filuzzi" dei giorni nostri) dal titolo "Quando la polca si ballava chinata". Se si esclude un capitolo in "Bologna al microscopio vol. 1" di Alessandro Cervellati del 1950 e qualche integrazione non significativa pubblicata sempre da Cervellati negli anni successivi, non c'è altro.

Un classico del ballo popolare bolognese "Le vecchie danze italiane ancora in uso nel bolognese" di Gaspare Ungarelli (1894) non cita mai il termine "filuzzi".

Le teorie fino ad oggi accreditate (riportate dal libro di Artale), ipotizzano l'origine dagli usi nelle balere di un tempo, secondo cui non si accettava che ballerini di altri borghi (il rione a Bologna non è mai esistito: il borgo invece sì) facessero ballare le ragazze "locali". Allora i bravi ballerini di altri borghi davano prova di abilità ballando tra di loro (tra uomini), per essere accettati dai locali, sciorinando figure acrobatiche (con nomi "significativi": frulloni, piroette, striscini, etc.), quanto basta per suscitare interesse nelle ragazze e poi per "filare" via rapidamente per spostarsi in un'altra balera. Questo avrebbe generato per questi ballerini il soprannome di "filuzzi", perché appunto "filavano" da una balera all'altra.

Secondo altri (ipotesi riportata dal Fusella) ci sarebbe un legame con i filari dell'uva, visto che nei tempi passati si ballava nelle osterie, dove si beve (volentieri) il vino ...

Altre teorie parlano di un signor Filuzzi che sarebbe stato il gestore della Sala Sirenella... però un cognome del genere non è mai esistito, come confermano indagini fatte presso l'anagrafe del Comune.

Personalmente credo poco a queste teorie.

Il Cervellati, grande cultore di Bologna, e che ha vissuto la filuzzi in prima persona, si astiene esplicitamente dal fare ipotesi...

 

Innanzitutto cerchiamo di inquadrare il periodo storico in cui è nata la filuzzi. Il libro di Artale definisce una data di nascita della filuzzi: il 1903, anno in cui sono documentati due ballerini "filuzziani": Umberto Bortolotti (il fratello fu, negli anni seguenti, noto massaggiatore del Bologna FC) e tale non meglio identificato Brando. In realtà Umberto Bortolotti è documentato già nel 1900 (assieme ad altri ballerini) ed in quell'anno ci sono almeno due società di ballo (curiosamente entrambe in via del Pratello) dove si insegnano balli "alla filuzzi" (informazione tratta da Alessandro Cervellati, che evidentemente non è stato letto dall'Artale). Negli ultimi anni del XIX secolo (intorno al 1895) era attiva a Bologna una società di ballo che si chiamava "Filuzzi". Non sappiamo molto altro... però è chiaro che il termine filuzzi radica a Bologna prima del 1900.

Altro dato importante: il ballo alla filuzzi è di origine campagnola (come lo stesso Cervellati aveva correttamente intuito). Nella città si ballava la quadriglia, più compassata... nelle campagne i ballerini si scatenavano al suono di un valzer sudando le proverbiali sette camicie...

Già, il valzer ...

Valzer, Mazurka e Polca sono i costituenti della filuzzi. Di origine centro europea (valzer dall'Austria - anche se a contenderne la paternità sono Francia (con la volte e Germania con il landler -Mazurka dalla Polonia e Polca dall'Ungheria) questi balli entrano prepotentemente in Italia nella seconda metà dell'800. La Chiesa, il cui potere temporale è in rapido declino, non riesce a fermare questi balli che si ballano in coppia uomo-donna ed in cui cavaliere e dama si tengono abbracciati (cosa giudicata scandalosa per quei tempi...). Nelle campagne bolognesi avviene un curioso fenomeno di contaminazione per cui questi nuovi balli ereditano delle figure proprie delle danze tradizionali preesistenti (sto parlando della tresca, del trescone, della giga, della manfrina, della roncastella, etc. etc.) che nel bolognese sono noti come "bal dspécc'" o "balli staccati", in cui uomo e donna eseguono figurazioni in posizione staccata. Nasce il liscio bolognese in cui si mescolano figure in coppia chiusa (uomo e donna "in figura" abbracciati in posizione da ballo) e figure staccate (piroette, denzi, mezzi denzi).
Per quello che ho potuto verificare, i primi studi pubblicati ("Le vie armoniche", Udine, 2002) che documentano il passaggio di figure dei "bal dspécc" a valzer, mazurka e polca, sono di Placida ("Dina") Staro, nota etnomusicologa, allieva del grande Roberto Leydi, che fu noto studioso all'Università di Bologna.

La Staro (che oggi opera nel gruppo di studi di cultura montanara "E bene venga Maggio") ipotizzò anche un legame tra filuzzi e "filò". Il filò era il luogo dove si radunavano nei mesi autunnali ed invernali le donne per filare e che era anche luogo di aggregazione, nelle campagne.

Per un po' di tempo, devo dire di essere stato scettico su questa ipotesi. Soprattutto perché non avevo il riscontro linguistico. Nelle campagne bolognesi, non mi risulta che si usi il termine "filò". In inverno si usava "andare a veglia" (vèjja, nel camugnanese, vàjja a Bologna) intendendo con questo il ritrovarsi in un luogo che di solito era una stalla o un essiccatoio per le castagne (nel nostro appennino). Questo diventava un luogo di aggregazione in cui le donne appunto filavano, i vecchi raccontavano le favole ai bambini, i giovani facevano "il filo" alle ragazze (che imparavano a filare, sotto gli occhi attenti delle madri... pare che il termine "filarino" derivi da qui ...) ... e se c'era un "suonatore", magari si faceva anche un ballo mescolando balli tradizionali staccati e balli nuovi, valzer, mazurke e polche ...

Questo mondo bellissimo, è sparito, travolto dalla industrializzazione e dalla televisione ...

Bene. Gli ingredienti c'erano tutti, ma non trovavo il riscontro linguistico. Filò da una parte e "vàjja" o anche "trabb" (trebbio, con lo stesso significato) dall'altra...

Poi un bel giorno mi è capitato di leggere "Vocaboli del nostro dialetto modanese" (1984) che raccoglie dizionari di L.A. Muratori (1672-1750) ed altri dei primi dell' 800... Bene: grande sorpresa: "ander in filozz" (Muratori): andare a veglia. Un vocabolario del 1832 reggiano-italiano: "filozz" : "voce contadinesca: trebbio, trattenimento, trastullo spasso" (trebbio sinonimo di veglia). Un altro vocabolario parmigiano-italiano del 1836: "ander a filozz" : andare a veglia. Filoz per luogo di ritrovo in cui "andare a veglia" arriva fino al mantovano e al cremonese...

Altri vocabolari parmigiano-italiano (uno del 1857 di Carlo Malaspina ed un altro del 1885 di Carlo Pariset) riportano filozz o filoz per "veglia".

Mi sembra che abbiamo la quadratura.

Filozz era usato nelle campagne verso il modenese. Dal modenese avere tracimato nel vergatese (dove è singolare la corrispondenza tra alcune figure dei balli staccati e della filuzzi), attraverso il Frignano, è plausibile... quindi "balèr a la filozz" indicava, con buona probabilità quel modo di ballare sanguigno e atletico che poi importato a Bologna è diventato il liscio bolognese "alla filuzzi" ricordandone le origini nel nome, con un fenomeno di italianizzazione del dialetto, molto comune a Bologna, per cui filozz è diventato "filuzzi", così come rossc è diventato "rusco".

Gli anni a cavallo dei due secoli furono quelli in cui parecchi lavoratori si spostarono dalle campagne alla città, attratti dalle possibilità di lavoro che l'industria offriva. I dopolavoro erano gli ambienti di socializzazione frequentati quasi esclusivamente da persone di sesso maschile e che rappresentavano anche, in qualche maniera, un surrogato dei filozz delle campagne. Qui si ballava tra uomini (fenomeno comune a tutte le città industriali italiane e non, in questo periodo) ed il ballo tra uomini diventò a Bologna un "vanto" della filuzzi (nella polca "a chinéin" l'atleticità è tale da essere quasi improponibile alle donne). Con l'avvento delle balere si affermò il ballo di coppia uomo-donna, mentre il ballo tra uomini rimase come esibizione di abilità in cui prevalevano, appunto, gli aspetti atletici.

 

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Informazioni di riferimento:

Gaspare Ungarelli: "Le vecchie danze italiane ancora in uso nella provincia bolognese" (1894)

"E bene venga Maggio": associazione culturale operante sul territorio di Monghidoro, Monzuno e Loiano dal 1982 per la promozione e la diffusione della cultura montanara

Placida Staro: "LE VIE ARMONICHE. Scritti sulla fisarmonica, l'organetto e la danza in onore di Primo Panzacchi e dei fisarmonicisti di Monghidoro"

Il balli staccati su Wikipedia

Alessandro Cervellati: "BOLOGNA AL MICROSCOPIO Vol. 1" (1950)

Roberto Artale: "STORIA DELLA FILUZZI BOLOGNESE DAL 1903 AL 1970" (1986)

Tiziano Fusella: "Quando la Polca si ballava chinata" (2010)

Ilario Peschieri, "Dizionario parmigiano italiano", Borgo S. Donnino, Tipografia Vecchi, 1836

Giovanno Battista Ferrari: "Vocabolario reggiano-italiano", Reggio Emilia, Torreggiani, 1832

Giulio Bertoni: "Profilo storico del dialetto di Modena: (con un' appendice di 'Giunte al vocabolario modenese')", L.S. Olschki, 1925

Carlo Pariset: "Vocabolario parmigiano italiano", Ferrari e Pellegrini, 1885

L.A. Muratori, P.E. Gherardi, G. Crispi: Vocaboli del nostro dialetto modanese, L.S. Olschki, 1984

Carlo Malaspina: "Vocabolario parmigiano-italiano: accresciuto di più che cinquantamila voci", Volume 2, Parma, Carmignani, 1857