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Brevissima storia del Ballo fino al secolo XVIII con particolare riferimento a Bologna e alla sua provincia

 

Il ritmo accompagna l'essere umano ancora prima della sua nascita: già nel grembo della madre, il feto sente il cuore della madre pulsare vicino, regolare e sicuro. Per mesi il feto non sente altro. Circa 70 battiti al minuto ... Una volta nel mondo esterno, l'essere umano trova nel ritmo il ricordo della felicità prenatale e con il ritmo si rilassa. L'ascolto e l'immedesimarsi nel ritmo porta l'essere umano a muovere il proprio corpo assecondando quel ritmo ... I primi strumenti musicali furono con ogni probabilità oggetti adatti a riprodurre quanto più fedelmente possibile il battito potente del cuore.

La forte emotività generata dai suoni evocanti il battito del cuore portò alla prevalenza religiosa del significato delle danze degli antichi (ed in questo caso ballavano i sacerdoti stessi).

Tre battiti, di cui due brevi ed uno lungo, era il ritmo dell'antico tripudium, danza guerresca che facevano i sacerdoti di Marte nella antica Roma, battendo i piedi in terra ad ogni battito (tripudio: da tres "tre" e pes "piede"). Nei baccanali gli elementi religiosi erano secondari rispetto ad altri, diciamo così, più ludici, tanto da essere considerati occasione di corruzione.

Il ballo fu mantenuto come elemento religioso dai primi Cristiani. Praesul ha il doppio significato di "presule, vescovo" e di "primo danzatore": i sacerdoti cristiani erano coloro che iniziavano il ballo durante le più importanti festività, come Natale e Pasqua. E' interessante notare che oggi esiste un relitto linguistico che testimonia questa antica usanza dei primi cristiani: i balli religiosi venivano fatti nelle chiese nella parte che ancora oggi si chiama coro, dal latino chorus: "danza", a sua volta derivato dal greco choreia, da cui anche "coreografia".

In seguito, la degenerazione di alcune feste, in cui il ballo era componente importante, come le feste dei folli e le feste degli stolti o dell'asino (in cui da Natale all'Epifania si festeggiava l'asino della capanna di Betlemme) portò la Chiesa a proibire queste manifestazioni, arrivando fino alla scomunica per alcune situazioni estreme (danze diaboliche nei cimiteri) e ad una posizione di maggiore sospetto in generale nei confronti del ballo.

Il ballo, quindi allontanato da parecchie feste religiose, rimase confinato come usanza presso il popolo minuto.

Nel secolo XIII° le danze erano molto semplici: la ridda era un ballo in circolo mentre il ballonchio era un ballo contadinesco che sarebbe diventato poi il saltarello. Questi balli sono citati dal Boccaccio nella novella 72. Questi balli erano accompagnati dal canto. Le canzoni usate come accompagnamento del ballo hanno dato origine al vocabolo ballata. Altre danze medievali erano: la carola che alterna forme in circolo e in catena, la farandola, viceversa, basata su un unico passo base, ballata in fila, con un capofila che decide direzioni ed intrecci.

Il rinascimento laicizzò il ballo e lo fece evolvere dagli ambienti popolari, in cui era rimasto confinato per secoli, a quelli signorili.

Nasce (XV° secolo) la distinzione esplicita tra alte danze e basse danze, le prime in cui il salto è componente essenziale, le seconde in cui, per contro, i piedi scivolano lentamente ed in maniera aggraziata sul pavimento. Possiamo intravvedere una qualche affinità tra la bassa danza ed il liscio.

Avvengono importanti trasformazioni: le catene delle carole si spezzano in coppie di dame e cavalieri. Nelle basse danze le dame sono sempre alla destra dei cavalieri. Compaiono i Maestri di Danza e, con essi, i primi trattati sulla danza con la documentazione di coreografie e descrizione di movimenti.

Bassa danza e Passo doppio, in tempo quaternario assieme a Saltarello e Piva in tempo ternario e saltellate, sono espressioni tipiche di questo periodo.

Nascono anche danze di spettacolo, fatte per un pubblico di spettatori, come la moresca.

Il Cinquecento, con i libri a stampa, diffonde ulteriormente cultura scritta (opera di riferimento: "Il Ballarino" di Fabrizio Caroso, stampato a Venezia nel 1581, che riporta descrizioni precise di passi e coreografie). Si afferma la Gagliarda, danza su base ternaria, saltellata, con parecchie figure e variazioni, in cui la destrezza dei ballerini è rilevante, ed in questo senso le danze del '500 si differenziano da quelle del secolo precedente in cui predominava grazia e leggerezza. Nasce la Volta, capostipite delle danze a coppia chiusa, in cui dama e cavaliere sono uno fronte all'altro e con contatti fisici che (per l'epoca) suscitano scandalo e non poche polemiche. Nella volta la coppia rotea facendo perno su se stessa, come poi avverrà nel valzer, tanto che la volta è considerata progenitrice del valzer.

In Inghilterra si sviluppano le controdanze o contraddanze (da country dance, danza di campagna), descritte in un manuale scritto da J. Playford ed edito nel 1651, e che verranno esportate nel resto di Europa ed in Italia dove rimarranno di attualità per parecchio tempo ancora sia negli ambienti signorili (Luigi Giovetti, Professore ed insegnante di Danza Nobile Educativa in Bologna, componeva un "Minuetto e Contraddanze" dedicato al Marchese Gioacchino Napoleone Pepoli (1825 - 1881) sia a livello popolare (Gaspare Ungarelli ha documentato la contraddanza ancora in uso nell'Appennino Bolognese negli ultimi anni del XIX° secolo).

In Italia parecchie danze popolari presero il nome dalla zona di provenienza. Così nacquero e si diffusero la veneziana, il bergamasco, la fiorentina, la siciliana, la polesana (da Polesine), la monferrina (da Monferrato), la furlana o friulana. Tutte queste erano alte danze, saltellate, diffuse in tutta Italia, mentre le basse danze in uso nel XVI° secolo erano (documentate da Guglielmo Ebreo): la reale, la Zenevera, l'Alessandresca, la Mignotta, la Principessa.

Il bolognese Don Vincenzo Giacchiroli ci documenta (in un raro opuscolo del 1623: Carnevale, Maschare, Ballare) alcuni balli in uso all'epoca: Villan di Spagna, Bergamasco, Ruggiero, Corrente, Gagliarda, Mattazzino, di matrice rustica, unitamente ad altri, più signorili come la giga, la gavotta, la veneziana, la Ducale (dal ballo del Duca di Parma) ed il minuetto.

Nel frattempo la posizione della Chiesa nei confronti del ballo si indurisce ulterioremente.

Bologna in particolare ne risente, essendo parte dello Stato Pontificio dal 1506, anno in cui il papa Giulio II (Della Rovere) entrò in Bologna da condottiero scacciando i Bentivoglio. Bandi stampati a Bologna nel 1590 e nel 1610 non proibiscono il ballo nelle feste pubbliche, ma ne condizionano l'attuazione ad un esplicito permesso dell'autorità. Chi scrive il bando si preoccupa comunque di ricordare l'opinione di qualche padre della Chiesa che parla del ballo come di un circolo al cui centro c'è il demonio. Le pene per chi partecipa a balli non autorizzati sono interessanti: 100 scudi di multa e 3 tratti di corda (dolorosissimi), mentre per i suonatori la sanzione è: 50 scudi, 3 tratti di corda e confisca di strumenti e mance (i compensi). Interessante la nota in cui si proibisce di introdurre armi nelle feste da ballo autorizzate, e di depositare gli archibugi fuori dei locali della festa e comunque dopo averne smontato l'acciarino. Nel secolo successivo (siamo pochi anni prima del 1740) l'allora legato di Bologna, futuro papa Benedetto XIV, cardinale Prospero Lambertini, si scaglia (notificazione IX pubblicata nel quarto volume della "Raccolta di alcune notificazioni, editti e istruzioni dell'eminentissimo e reverendissimo signor Cardinale Prospero Lambertini") con particolare energia contro quei parroci che permettono balli nei pressi delle chiese vietandone la partecipazione in ogni luogo ed in ogni tempo. Un bando bolognese del 1756 ripropone lo stesso tipo di reati e pene di quelli del 1590 e 1610, con una variante peggiorativa: i 3 tratti di corda (pena dolorosa, ma certa) vengono sostituiti da pene corporali gravissime, la cui tipologia ed entità è a discrezione dell'autorità.

E' il momento di una importante nota: i suonatori citati nei bandi sono coloro che suonano musica per il ballo. Era così nel XVI° secolo ed è così ancora oggi con il dialettale sunadùr. La musica da ballo quindi era appannaggio dei suonatori, mentre musica di altro tipo (religiosa, di palazzo - da suonare in occasioni importanti) era appannaggio dei musici. Due cose diverse! Suonatori: popolari, dipendenti dal ballo, utilizzatori di strumenti "poveri" (come il colascione (a Bologna: Calissan), la piva, il piffero, la rebeca), esecutori, attivi in feste popolari. Musici: orientati agli ambienti signorili, utilizzatori di strumenti più importanti (liuto, violino, oltre a ottoni a fiato), compositori oltre che autori, attivi in feste di palazzo e nelle solennità ufficiali.

Appendice:

Nel libro di Gaspare Ungarelli sono riportati gli spartiti di alcune Danze del secolo XVII di cui qui riporto il risultato di una elaborazione computerizzata:

Ducale - Trascritta nella notazione moderna dal maestro Nestore Morini

Ruggero - Da antico manoscritto

Ruggero - Da antico manoscritto

 

 

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Informazioni di riferimento:

Blog "Impero Romano"

Fabrizio Caroso: "Il Ballarino" (1581)

John Playford: "The English Dancing Master" (1651)

Gaspare Ungarelli: "Le vecchie danze italiane ancora in uso nella provincia bolognese" (1894)

Sezione sulla Danza di Ontano magico, Associazione culturale e artistica