I Primati di Bologna: La seta.

Bologna città della seta. Soprendente, ma vero! Tutto cominciò nel medio evo. Già la cronaca, peraltro poco attendibile, di Girolamo Borselli accenna a privilegi nel 1231 all'arte della seta e della lana. Sicuramente più precisa l'informazione dell'attento Antonio di Paolo Masini che nella sua "Bologna Perlustrata" del 1666 scriveva che i folicelli del baco da seta venivano venduti nella Piazza Maggiore. Il mercato dei folicelli (ovvero dei bozzoli dei bachi da seta, alimentati con foglie di gelso) indica chiaramente che a Bologna si produce seta. E' proprio in questi anni, intorno al 1290, che si va formando l'arte della seta, pare grazie all'apporto di operai di Lucca. Da un passo di Pier de' Crescenzi del 1305 si capisce che il gelso utilizzato per l'allevamente del baco da seta è il gelso nero (che verrà completamente soppiantato dal gelso bianco nel '500). Appare evidente che l'abilità della lavorazione della seta viene importata da Lucca. Oltre alle prime esperienze della fine del '200, un salto di qualità si ha nel 1314, quando la guelfa Bologna offre ospitalità ai fuoriusciti guelfi di Lucca, in mano ai ghibellini. Uno di questi, Bolognino da Lucca, si arricchisce con l'arte della seta e la sua famiglia (Bolognini) risulta essere proprietaria nel 1337 della torre attualmente nota come Torre Alberici, in Piazza della Mercanzia (vedi foto). E' comunque del 23 giugno 1341 il primo documento ufficiale che testimonia la produzione della seta entro le mura della città: si concede a Bolognino il permesso di costruire un filatoio da seta su un canale della città (...super aquam defluentem per fossatum ...) che verosimilmente è il canale di Savena.

Dobbiamo comprendere la funzione dei corsi d'acqua nel medio evo. Le funzioni erano molteplici: portavano acqua che poteva essere usata per irrigari i vari orti e vigneti presenti entro le mura cittadine; venivano usati per fare defluire fuori dalla città le "acque nere"; venivano usati per fornire energia meccanica all'industria manifatturiera medievale.

Bologna non è attraversata da un fiume importante, come invece avviene per Firenze, Roma o Parigi, per cui il vivace comune medievale già dalla fine del XII° secolo, con due opere colossali, tuttora esistenti ed attive, deviò parte delle acque del Reno e del Savena entro città. I due canali compendiavano la presenza d'acqua fornita da un piccolo torrente proveniente da Roncrio: l'Aposa (o Avesa, come veniva chiamato allora). Il canale di Reno costeggiava le mura medievali (che allora racchiudevano una città assai più piccola di quella oggi racchiusa dai viali di circonvallazione) sul lato occidentale e settentrionale; il Canale di Savena si divideva in due rami, uno dei quali costeggiava le mura sul lato orientale e l'altro entrava dentro alle mura fuoriuscendo a nord dove i due rami tornavano a riunirsi. L'Aposa attraversava anch'esso tutta la città, non lontano dal canale di Savena e fuoriusciva a nord. Aposa e Canale di Savena confluivano in un unico canale che a sua volta confluiva nel canale di Reno. Il percorso dell'Aposa all'interno della città fu cambiato molte volte e alcuni toponimi ci dicono dove l'Aposa o suoi rami siano passati nel corso della storia: via Val'd'Aposa, Via Avesella... Incidentalmente abbiamo visto come le acque dei canali si siano configurate anche come acque dei fossati delle mura (le mura della seconda cerchia), almeno per una metà di queste...

All'epoca di Bolognino, la città era parecchio più grande (rispetto al recinto dello mura del XII° secolo) ed ormai la terza cerchia di mura (la circla) era quasi completamente ultimata. Dove non c'era il muro in laterizio, c'era almeno una palizzata. Per cui entro le nuove mura c'era una grande quantità di canali e acque di torrente. Questa moltitudine di vie d'acqua all'interno della città veniva regolata da un sistema complicato di chiaviche, ed alimentava una miriade di piccoli opifici: pile da riso, molini e, dalla metà del XIV° secolo, filatoi e torcitoi da seta. Queste ultime erano macchine complicatissime, che a Bologna raggiunsero una efficienza eccellente, garantendo alto livello di produttività e di qualità. Il comune comprese il vantaggio competitivo dato dalla tecnologia dei filatoi e torcitoi bolognese e, mentre nel 1341, dava licenza a Bolognino di produrre all'interno delle mura, dopo pochi anni ne proibiva l'esistenza al di fuori delle mura e chi avesse portato fuori da Bologna il segreto dei filatoi e torcitoi era imputabile di alto tradimento (e quindi punibile, quando andava bene, con l'impiccagione, ma più spesso con lo squartamento).

La qualità delle sete bolognesi era senza pari in europa e tale da competere con le migliore sete orientali. Un ulteriore miglioramento della qualità della seta bolognese avvenne con il gelso bianco che sostituì il gelso nero. L'industria della seta prosperò fino a tutto il XVIII° secolo... e finì solo grazie (!) a Napoleone, che per favorire le sete francesi, fece chiudere tutti gli opifici di Bologna (ricordiamo che Napoleone entrò a Bologna nel 1801 da porta San Felice, che fu per l'occasione ricostruita ed ingrandita: ancora oggi si vede che le mura merlate immediatamente ai lati della porta sono molto più alti dei "cancelli" (arcate) su cui si sviluppano gli spalti (foto)).

A Bologna è rimasto poco più del ricordo. Una via ed un relitto industriale inglobato in un moderno condominio alla Croce di Casalecchio (via della Filanda e la Filanda stessa), una via Altaseta nel centro storico di Bologna, i tanti canali che ancora attraversano il centro di Bologna anche se interrati, i tanti gelsi bianchi ancora esistenti nelle campagne attorno a Bologna... Dove ? beh, quelli che conosco meglio, di cui in primavera mangio le more dolcissime, sono i gelsi davanti all'ingresso dell'Ipercoop di Borgo Panigale.

Una nota sul luogo del mercato dei folicelli (o filugelli) da seta: il Masini parla della Platea Maior nel 1289. Non è però chiaro di quale piazza si tratti. Infatti prima del 1200 la Platea Maior era più o meno coincidente con via D'Azeglio, nel tratto tra via Farini e l'attuale Piazza Maggiore, di fronte al primo palazzo comunale di cui è rimasto poco più di una colonna in via Colombina. Nel 1200 (e anni seguenti) si aprì la Piazza Maggiore nuova, con la requisizione di case e torri e successiva demolizione da parte del comune. Teniamo conto che San Petronio non c'era (la prima pietra verrà deposta nel 1390) c'erano le case con torre degli Accursi, che però non avevano funzione pubblica ed il Palazzo del Podestà era in costruzione (come nuovo palazzo del comune in sostituzione dell'altro di via Colombina, poi il palazzo nuovo divenne vecchio quando fu costruito il palazzo di Re Enzo) ed al posto del palazzo dei Banchi (che è una facciata scenografica della metà del '500) c'era una miriade di piccole abitazioni e botteghe. Per parecchi decenni le due piazze maggiori coesistettero, ed in assenza di elementi precisi, per il nostro caso dei folicelli, non è possibile capire di quale delle due si tratti. Dato che però sicuramente, fino a poco tempo fa, il luogo del mercato dei folicelli era presso il Pavaglione (il termine stesso indica il "padiglione" che ospitava il mercato), possiamo immaginare che il luogo del 1289 fosse la vicina piazza Maggiore Vecchia.

Per quanto riguarda i canali, è curioso come a livello di conoscenza collettiva ci si sia dimenticati dell'industria meccanica dietro al sistema dei canali, con opere di ingegno elevatissime, mentre dei canali ci si ricorda l'aspetto deteriore di latrine a cielo aperto. Il termine Androna identifica a Bologna proprio una via attraversata da uno scolo di acque nere a cielo aperto e la frase "puzer com un'andranna" (attenzione, le due "n" finali di andranna sono diverse: la penultima è la 'n' di 'anca', l'ultima è la 'n' di 'nave') è ancora ben viva nella parlata bolognese.

BACK